di Edgar Meyer
Ciò che è accaduto in Trentino con l’ennesimo abbattimento di una mamma orsa (KJ1) a fine luglio ha riaperto l’accesa discussione sulla convivenza tra plantigradi e esseri umani.
Il governatore della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ha dichiarato di voler intervenire in maniera cruenta sugli animali. Ha spesso pubblicamente dichiarato di voler proseguire con gli abbattimenti fino a ridurre significativamente il numero (peraltro già esiguo) degli orsi. E lo ha detto con parole dure, che lasciano intendere una nuova era nella gestione faunistica dei plantigradi in Trentino: “Non mi preoccupa il benessere degli animali e come verranno catturati. E non mi preoccupa neanche se i nostri organi dovessero sbagliare animale nelle azioni che fanno per identificare il soggetto”, ha dichiarato più volte. Secondo molti esperti, tuttavia, il governatore molto poco avrebbe fatto -catture e abbattimenti a parte- per evitare possibili incidenti.
Il Ministro inascoltato
L’ex ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, conosce bene il tema. Durante il suo dicastero dovette affrontare la vicenda che ha riguardato M49, ribattezzato l’orso Papillon, catturato e fuggito nel 2020 per ben due volte dalla prigionia del Casteller. E su questi temi si è confrontato più volte con la Giunta Fugatti. “Ora vogliono uccidere gli orsi, li vogliono impalare in pubblica piazza per far vedere che l’hanno fatto. Ma così si torna al Medioevo. Non si risolve il problema perché non si va a diminuire l’indice di rischio”, è il suo pensiero. Costa racconta che erano state proposte tante soluzioni per la convivenza tra plantigradi ed esseri umani, come si fa in tutti i paesi d’Europa. “Ma niente, nessuno ha voluto ascoltare. Da ministro ho proposto un piano grandi carnivori e questo piano non è stato accettato”. Le ordinanze di abbattimento firmate dal governatore della Provincia di Trento sono, secondo l’ex ministro, “provvedimenti figli di un modo, di una visione di concepire il rapporto tra l’uomo e la natura”. Un rapporto di conflitto, di scontro, nel quale l’uomo deve essere padrone e unico proprietario.
Il progetto Life Ursus
L’orso bruno è da sempre parte della fauna del nostro Paese. Alla fine del secolo scorso, però, tra Trentino e dintorni, era sopravvissuto solo un piccolissimo nucleo: 3 o 4 individui, tutti maschi e anziani. L’uomo si era infatti reso protagonista, nei secoli precedenti, di una vera e propria persecuzione ai danni dell’animale. Obiettivo del progetto: evitare che scomparisse completamente dalle Alpi Centrali e favorire un ripopolamento, tramite il rilascio di alcuni individui provenienti dalla Slovenia. E’ il 1996 quando sulle montagne del Brenta inizia il progetto Life Ursus, grazie a una collaborazione tra Parco Adamello Brenta, Provincia Autonoma di Trento e Istituto Nazionale della Fauna Selvatica (oggi Ispra). L’iniziativa è finanziata dall’Unione Europea. Su 1.500 abitanti della zona interpellati il 70% è favorevole all’iniziativa. La fase operativa parte nel 1999 con la liberazione dei primi due esemplari: Masun e Kirka. Tra il 2000 e il 2002 vengono liberati altri otto plantigradi per un totale di dieci esemplari. Gli orsi liberati avrebbero dovuto, secondo i piani, essere costantemente monitorati tramite radiocollari e analisi genetiche.
Niente radiocollari
“Da Ministro”, segnala però Costa, “indicando anche dei precisi finanziamenti, proposi alla Provincia di Trento di fare una radiocollarizzazione di tutti gli orsi con il supporto di Ispra, che è l’organo scientifico riconosciuto a livello nazionale. In questo modo, attraverso il monitoraggio, si sarebbe potuto sapere quasi in tempo reale dove gravitano gli animali. Queste informazioni si sarebbero poi potute diramare a livello comunale, nei bar, al ristorante, negli alberghi ai turisti, come si fa con il bollettino per la neve, per far conoscere sempre dove è il caso di andare e dove è il caso, invece, di evitare. Poi mi ero messo a disposizione per finanziare anche un diverso modo di gestione dei rifiuti -con cassonetti antiorso- per evitare la confidenza dell’animale selvatico nelle zone abitate. Tutto questo era una disponibilità data dal Ministero ad iniziare un percorso con un piano tecnico finanziato dallo Stato. La risposta della Provincia è stata no”.
Un piano – orsi rifiutato dalla Provincia
“Abbiamo fatto più di una riunione”, prosegue l’ex ministro. “Gli incontri sono stati diversi ma la risposta è sempre stata negativa. Ho sempre mantenuto aperto il dialogo ma non ha portato a risultati. Se non radiocollarizzi, se fai un monitoraggio a campionamento e non lo fai per tutti gli orsi, se non intervieni sul concetto di confidenza è ovvio che si alza l’indice di rischio potenziale”. Al momento i radiocollari usati in Trentino sono pochi. “Ne sarebbero stati forniti molti”. Avrebbe avuto un costo? “Certamente, ma lo avrebbe sostenuto il Ministero con dei fondi che avevo messo a disposizione attraverso una legge approvata in Parlamento. Non ci sarebbe stato nessun aggravio sulle casse della Provincia. E tutto questo sarebbe stato fatto per salvare il rapporto fra grandi carnivori e esseri umani”.
Poca prevenzione, poca scienza, solo abbattimenti e catture
L’attuale governatore della Provincia di Trento ha deciso di firmare solo ordinanze di abbattimento e di cattura. Dando il via a una miriade di battaglie legali: associazioni animaliste, ambientaliste e scienziati e esperti si oppongono, nei tribunali, ritenendo le misure totalmente inefficaci in assenza di altri provvedimenti. “Ritengo che prima di ogni azione e di ogni intervento servirebbero dati scientifici certi e certificati sulla presenza degli orsi sul territorio”, prosegue l’ex ministro, già generale dei Carabinieri Forestali. “Non possiamo agire per supposizioni. Nel momento in cui sappiamo con esattezza quanti sono, sappiamo anche il carico che può esserci rispetto l’antropizzazione di un luogo e la sua naturalizzazione. Altrimenti facciamo ragionare la pancia. Non si risolvere alcun problema fino a quando non si affronta con senso scientifico”.
Una precisa scelta politica
Ha le idee chiare pure il veterinario trentino Alessandro De Guelmi, che dall’avvio del progetto Life Ursus ha contribuito alla cattura, per studio, di 18 orsi trentini. Perché la reintroduzione dell’orso sulle Alpi, sostenuta dalla Ue, rischia di naufragare fra tragedie individuali, rivolte popolari, scontri politici e abbattimenti? “Il progetto biologico non è stato accompagnato da comunicazione e cultura, ma da misure di ordine pubblico e strategia politica della paura. Da tempo è consapevolmente abbandonato e fuori controllo. Chi oggi governa il Trentino non ama gli orsi e ora vuole sbarazzarsene”, accusa. “Dietro la situazione sfuggita di mano c’è una precisa scelta politica. Niente educazione, niente comunicazione, nessun monitoraggio, taglio di fondi e personale. Allo sbaraglio vengono lasciati sia gli orsi che la popolazione, con una precisa strategia ideologica”.
Box: Chi è Fugatti
Maurizio Fugatti, la personalità che oggi in Trentino decide il destino degli orsi (salvo essere frenato dai giudici, che impongono il rispetto delle leggi) detesta i plantigradi. Nel 2011, allora non ancora governatore della Provincia di Trento ma già politico di lungo corso della Lega Nord, si rese protagonista di una festa elettorale della Lega con banchetto a base di carne di orso. A rovinare la festa arrivarono i Nas (Nuclei antisofisticazioni dei Carabinieri) che bloccarono i lavori in cucina impedendo così ai partecipanti di mangiare l’orso perché completamente illegale. “I Nas hanno bloccato tutto per una questione formale che, sinceramente, non abbiamo ancora capito”, dichiarò a suo tempo serenamente.
Le differenze con l’Abruzzo
In Italia esistono due popolazioni di orsi: quella trentina e quella abruzzese, con la sottospecie marsicana. Se è vero che è diverso il territorio e maggiore può essere lo spazio in Abruzzo é altrettanto vero, e forse non è un caso, che tutti gli incidenti importanti fra uomini e orsi sono accaduti in Trentino. Una provincia che non era più abituata a dover convivere con il plantigrado e che non è stata formata su come ci si debba comportare. Una responsabilità oggettiva che forse potrebbe avere anche una rilevanza penale. In Abruzzo, durante la stagione riproduttiva, giusto per capire le differenze, vi sono aree interdette al transito per garantire sicurezza di orsi e persone. Una cautela indispensabile per prevenire incidenti. Con una popolazione e i turisti che vengono costantemente informati sulla presenza di orsi e lupi e sui corretti comportamenti da tenere. In Trentino, invece, si è fatta poca prevenzione e si cerca di risolvere il problema abbattendo o incarcerando gli orsi, senza fare nulla di veramente risolutivo. Arrivando a parlare di dimezzare la popolazione dei plantigradi, come se il pericolo dipendesse dai numeri soltanto e non dai comportamenti.
Strategia della tensione
Per quale ragione? “La politica locale non vuole più gli orsi e opera affinché sia la popolazione esasperata a invocare lo stop agli orsi”, sottolinea De Guelmi. Nel resto del mondo sono scienziati, parchi e forestali a gestire simili progetti: in Trentino la Provincia ha tolto la competenza al Parco Adamello Brenta e l’ha affidata alla Protezione civile”, spiega il veterinario. Facendo così gestire il tema non ai tecnici di settore ma ai tecnici che intervengono nei “disastri” e nei pericoli. “Si dovevano attuare realmente tutte le misure che la scienza prescrive per prevenire i contatti orso-uomo. Tempo fa ho presentato un progetto educativo all’allora assessora provinciale all’Ambiente: mi ha ricevuto dopo due mesi, ho dovuto parlare mentre lei scorreva il cellulare, dopo dieci minuti mi ha congedato dicendo che mi avrebbe fatto sapere qualcosa dai suoi dirigenti. Mai più sentita, nessun funzionario è stato informato”.
Ricerca abbandonata
Riprende De Guelmi. “Le conoscenze si hanno solamente se si investe in ricerca. Ma qui la ricerca è stata abbandonata”, accusa. “Pochi radiocollari, di vecchia generazione, malfunzionanti, con batterie che si scaricano prima del previsto. Il campionamento genetico veniva prima effettuato annualmente, ora ogni 2 anni. Tutta una serie di scelte hanno ridotto le nostre conoscenze sulla popolazione degli orsi in Trentino. C’è stato un periodo in cui avevamo 5 orsi radiocollarati, il 10% della popolazione di allora. Forse poco, ma abbiamo avuto in quel momento informazioni importanti sui loro movimenti che ci permettevano di intervenire e conoscere. Adesso non c’è un orso con radiocollare funzionante. L’orso andava gestito da subito con ingenti investimenti in ricerca, attività informativa e culturale. Non lasciare tutto al caso. E adesso il paradosso è che chi è tra i più colpevoli di questa situazione si erge a salvatore”.
Gestione carente
Alessandro Ghezzer, fotografo e montanaro trentino, è arrabbiato. “Quando il Progetto Life Ursus è terminato, nel 2004, la Provincia di Trento ha avocato a sé le competenze togliendole al Parco Adamello-Brenta, tirando sostanzialmente i remi in barca. Quando, invece, con la crescita del numero degli orsi si sarebbe dovuto intensificare la ricerca, il monitoraggio ma soprattutto l’informazione alla cittadinanza. Basta un solo dato per capire come la gestione sia stata insufficiente e negligente: i primi cartelli che segnalavano la presenza degli orsi sul territorio sono stati messi ben 15 anni dopo l’inizio del progetto, ovvero solo dopo i primi incidenti. Prima non c’era alcun cartello perché altrimenti “i turisti si spaventano”. Si tratta in ogni caso di piccoli cartelli, poco visibili, quasi più di informazione turistica che di segnalazione di un potenziale pericolo”. Insomma: le istituzioni non hanno fatto nulla o quasi per spiegare alla gente come comportarsi con un numero così alto di orsi. Hanno lasciato tutti ignoranti e tranquilli.
Rimuovere non serve: serve cambiare i comportamenti
KJ1 è stata un’orsa estremamente elusiva fino all’incidente fortuito con il turista francese. Era l’orsa più anziana del Trentino: 22 anni. E mai aveva avuto “scontri” con l’essere umano. “Ma il punto vero è che rimuovere (cioè ucciderla) non servirà a nulla se non cambiano i nostri comportamenti. L’anno prossimo al posto di KJ1 ci sarà un altro orso, e l’anno seguente un altro ancora e così via. Uccidere senza fare altro non diminuisce il rischio”, conclude Ghezzer.
Unica strada: convivenza e rispetto
Come si può coniugare la vita degli orsi con quella dell’uomo, su montagne sempre più antropizzate? “Affidando gli animali alla scienza e gli uomini alla conoscenza”, conclude De Guelmi. “C’è spazio per tutti: l’orso ci insegna a rispettare la natura, a temere la sua forza, a sapere che non siamo noi i padroni del pianeta. In Trentino la politica al governo opera oggi per convincere del contrario: grave errore”. Come se ne esce allora? Se ne esce nel solo modo possibile: creando i presupposti per una convivenza pacifica con tutto ciò che ci circonda. E’ necessario, è possibile. Smettiamola di dividere il Pianeta tra “noi” e “loro”, smettiamola di sentirci padroni, di decidere chi abbia diritto di vivere e chi no, smettiamola di porci al vertice di un inesistente triangolo e sentiamoci finalmente tutti parte di un enorme indissolubile cerchio, all’interno del quale ogni specie ha pari dignità.

