anzi è quasi una rivolta: una direttiva UE, se mal applicata, metterebbe in ginocchio il settore
Gli allevatori cinofili italiani, grandi e piccoli, sono sul piede di guerra alla vigilia dell’applicazione di una direttiva europea che punta alla creazione di un unico sistema di identificazione e di tracciamento di tutti gli animali presenti sul territorio: una banca dati europea, denominata “Sistema I&R”, che consenta di intervenire tempestivamente in caso di pandemie e di monitorare tutti i prodotti di origine animale al fine di garantire la tutela della salute dell’utente finale. Una direttiva di per sé apparentemente utile e innovativa ma che, se mal applicata, potrebbe mettere in ginocchio l’intero settore. Vediamo perché.

Nelle scorse settimane, una inchiesta della trasmissione televisiva Report ha scatenato una serie di polemiche, culminate in ben tre interrogazioni parlamentari, puntando i riflettori sulla gestione dell’ENCI, che è l’Ente che sovraintende il mondo cinofilo italiano, diretta emanazione della Federazione Cinofila Internazionale (FCI), sollevando, di conseguenza, una serie di dubbi anche su tutta la filiera dell’allevamento cinofilo in Italia che conta 300 razze di cani e più di 8mila allevatori, suddivisi in due principali categorie: quelli “professionali”, che sono la minoranza, e quelli “amatoriali”, che sono invece la maggioranza, sfiorando quasi l’80 per cento del totale.

Approfittando dello tsunami scatenato da Report, qualche “manina interessata” ne ha approfittato per introdurre – negli strumenti attuativi legati al recepimento della Direttiva Ue – qualche modifica che nulla ha a che fare con la filosofia delle linee guida comunitarie, e che poco ci azzecca anche con le esigenze di tutela animale e di gestione degli allevamenti, già da anni in balia di una serie di norme a carattere locale, diverse e spesso in contrasto tra loro non solo da regione a regione, ma addirittura tra comuni della stessa regione e distanti una manciata di chilometri l’uno dall’altro.
Una di queste modifiche “galeotte” riguarderebbe, secondo gli allevatori, il tentativo di ridurre il numero minimo delle fattrici (5) e di cuccioli in un anno (30) che costituiscono attualmente il confine tra l’allevamento amatoriale e quello professionale. La soglia delle fattrici, secondo quanto temono gli allevatori, verrebbe ridotto da 5 a 3 e il numero limite di cuccioli addirittura cancellato. Alla luce di queste “manovre”, alcune centinaia di allevatori, professionali e amatoriali, si sono costituiti in associazione (Gruppo Allevatori Cinofili – GAC) per avere maggior voce al fine di scongiurare queste modifiche le quali, a loro parere, sarebbero peggiorative per due ordini di motivi: il primo, sotto il profilo economico, perché riduce ad una sorta di allevamento “domestico” chi opera da anni a certe condizioni di mercato e che, soprattutto, ha investito in qualità e strutture contando su un ritorno economico adeguato e, spesso, anche insufficiente a coprire le spese di gestione; il secondo, sotto il profilo della qualità e del benessere degli animali, in quanto ridurre il numero delle fattrici porterebbe ad un loro maggiore utilizzo, con minori pause tra una gravidanza all’altra, esponendo a forti rischi sia il cane sia i cuccioli che crescerebbero inevitabilmente più deboli e più esposti al rischio di malattie. Ed anche con seri problemi comportamentali perché “strappati” anzitempo alle cure della madre al fine di renderla subito disponibile per la gravidanza successiva. E, non ultimo, in molti, al fine di abbattere i costi di gestione, finirebbero per rinunciare ad una serie di controlli sanitari sui futuri genitori (come lastre per la displasia e test genetici per scongiurare patologie ereditarie) mettendo a serio rischio la salute dei cuccioli.

“Quando si parla di Allevamento del cane di Razza, del resto – sottolinea Attilio Presta, allevatore e portavoce del GAC – non si può prescindere dal considerare che stiamo parlando principalmente di <selezione>. Ciò significa che, pur dovendo controllare il movimento degli animali al fine di prevenire condizioni di diffusione di malattie, questo non lo si può approcciare solo dal punto di vista numerico e soprattutto non si può considerare fattrice una qualsiasi femmina in età riproduttiva (dopo il primo calore). L’allevatore Cinofilo, infatti, è chiamato ad aderire al Codice Etico dell’ENCI che già stabilisce bene qual è l’arco di tempo entro il quale è consentito riprodurre (tra i 16 mesi ed i 7 anni). C’è poi da considerare che non tutte le femmine in allevamento sono o saranno destinate alla riproduzione se non a valle di test genetici, radiografie e riscontri zootecnici che, nella maggior parte dei casi, iniziano dopo che il cane ha compiuto almeno 12 mesi o 18 per le razze giganti. Ridurre un Allevamento ad un riferimento numerico (che siano 3 o 5 fattrici intese come femmine detenute, come si vorrebbe fare), significa inficiare il lavoro, la qualità, e le garanzie a cui un buon Allevatore Etico deve sempre far riferimento”.
ALLEGATI
Per approfondimenti sul tema, la pagina Facebook del GAC (Gruppo Allevatori Cinofili)

